Antonia Sani – WILPF Italy

The article of Antonia Sani is published in the Italian online-magazine “Il Paese delle Donne” in the catalogue of the exhibition about Italian  and European suffrage.

1946 IL VOTO DELLE DONNE – MOSTRA-CONVEGNO ITINERANTE
at CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE . ROMA 2016

Italian online-magazine

Save the Casa Internazionale delle Donne in Rome from eviction

The Casa Internazionale delle Donne (Women’s Building), a crucial venue in the City of Rome and a resource for all women, today is at risk of being evicted by the Municipality of Rome, owner of the building complex. For more than thirty years, this unique and self-managed place has been a vibrant meeting point for Italian and foreign women and for international feminism. It is held in high esteem and cherished nationally and internationally for the social and cultural services that it delivers, as well as for its ability to promote and foster the empowerment of women. All this work stems from the commitment, unpaid work and daily engagement of hundreds of women and dozens of associations.

WILPF held several European meetings at the Casa and each time enjoyed the welcoming atmosphere with the quiet garden, the feminist environment in the meeting rooms and in the restaurant.

We support to ask the City Government and the Mayor of Rome Virginia Raggi to allow this Women’s Building to survive and help women.

written January 2019 by Heidi Meinzolt

1946 Il VOTO DELLE DONNE

dal “PAESE delle DONNE” http://www.womenews.net/

Dal diritto al voto al diritto alla Pace – Antonia Sani/WILPF ITALY

Il percorso compiuto dal suffragio femminile nei vari paesi del mondo, in tempi diversi, sottoposti a regimi di diversa natura, due caratteri comuni tuttavia li manifesta: l’andamento altalenante tra concessioni e ritrattazioni, la disparità di trattamento (presente peraltro anche nei confronti degli uomini limitati nell’esercizio del “suffragio universale” dalle condizioni socio-economiche.)

E’ noto che il suffragio femminile illimitato (ma alle donne inizialmente non fu permesso di candidarsi!) fu concesso per la prima volta in Nuova Zelanda alla fine dell’Ottocento, ma bisognò attendere i primi decenni del ‘900 per vedere sancito- almeno in un ristretto numero di paesi -il “diritto di salire alla Tribuna” altra faccia di quel “diritto di salire il patibolo” richiamati da Olympe de Gouges in un impeto di fierezza durante le insanabili contraddizioni della Rivoluzione Francese.

La Finlandia fu un esempio emblematico: nel 1906 fu concesso alle donne finniche il suffragio universale e egualitario. Alle soglie della prima guerra mondiale, concessero il diritto di voto alle donne anche Norvegia e Danimarca, ma il grande “boom” si ebbe negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto negli Stati coinvolti nel massacro (ma Italia e Francia dovranno attendere ancora a lungo, fino alla conclusione della seconda guerra mondiale.).  In considerazione dell’enorme contributo offerto a diversi livelli dalle “loro” donne gli Stati belligeranti non poterono negare quel voto che per decenni era stato sollecitato con diverse modalità nei diversi paesi.

E’ interessante rilevare come le opinioni nei confronti del suffragio femminile fossero di diversa natura, anche in relazione alle modalità delle lotte intraprese dalle “suffragette” nei diversi Stati.

L’immagine della donna che con le sue innate virtù potesse esercitare un “potere civilizzante sulla politica” era diffusa, accanto a quella che considerava uomini e donne uguali sotto ogni aspetto contestando “il ruolo naturale” che veniva attribuito alle donne. E c’era anche chi –ovviamente- lamentava l’abbandono del focolare e chi pensava a un condizionamento della volontà femminile sotto l’egida patriarcale.

Allo scoppio del conflitto, gli Stati che avevano concesso il suffragio femminile erano dunque ancora in numero esiguo.

La battaglia per ottenere il diritto di voto era sostenuta dal forte movimento politico di donne provenienti da 26 paesi, unite nell’ “International Women’s Suffrage Alliance” nata a Washington nel 1902 “con l’obiettivo di ottenere strumenti politici per condividere con gli uomini il potere che determina il destino delle nazioni”. Fu questa forte organizzazione internazionale, alla quale aderivano diverse associazioni nazionali esplicitamente sostenitrici del voto alle donne, che ebbe il coraggio e la determinazione di presentare un appello alle ambasciate di tutti i governi presenti a Londra alla vigilia dello scoppio della guerra (1914).

L’appello fa riferimento all’assenza del potere decisionale delle donne, ma per la prima volta,

questa istanza rimane come annebbiata in presenza della catastrofe che sta per abbattersi sull’umanità : “Benché siamo sul piano politico prive di potere, richiamiamo con forza i governi e coloro che questo potere detengono nei nostri differenti paesi ad allontanare il pericolo di una catastrofe che non avrà paragone…”.  Era il segno della percezione tragica del quadro di un’Europa che uscita dal sonno della Belle Epoque metteva a nudo le logiche spietate di una rivoluzione industriale che aveva acuito il baratro tra le classi sociali e intensificato lo sfruttamento del cosiddetto Terzo Mondo detentore delle materie prime.

Ma l’accenno esplicito a “donne di 26 paesi” è –a nostro giudizio- l’aspetto più sconvolgente dell’appello. 26 paesi non solo europei, ma anche americani e australiani… Pensiamo alle difficoltà delle comunicazioni, ai particolarismi dei diversi paesi, storie diverse, diverse tradizioni… La guerra non poteva che alimentare le differenze, gli approcci ai patriottismi, avrebbe potuto distruggere la rete che con solidarietà e abnegazione infinita donne di diversa nazionalità, quasi sempre con elevato livello di istruzione, erano riuscite a tessere.

Ci furono infatti defezioni, come quella delle donne francesi al Congresso de l’Aja del 1915 (l’Olanda era paese neutrale) per non volersi incontrare con “donne nemiche”. Secondo alcune associazioni, anche italiane, l’aiuto alla patria sarebbe stato in contrasto con un internazionalismo inaccettabile in tempo di guerra.

Ma ciò che ci preme qui evocare e riproporre sono principalmente due gli aspetti del movimento delle nostre progenitrici, complice proprio il conflitto mondiale:

  • La centralità dell’internazionalismo, ossìa la lotta per il suffragio femminile condotta fuori dalle angustie dell’ambito locale;
  • il nuovo orizzonte della costruzione di una Pace nella giustizia sociale, maturato nei dibattiti in seno ai 3 Congressi ,de l’Aja,(1915), di Zurigo (1919), di Vienna (1922), in cui diverse posizioni politiche (socialiste, laiche, umanitarie..) trovarono una potente sintesi.

Al Congresso de l’Aja parteciparono oltre 1000 donne provenienti da 12 paesi. Era il 1915, nel pieno della guerra, e lì nacque la “Women’s International League for Peace and Freedom” (WILPF); ancora non si era giunti a una vera e propria formalizzazione, ma già si nota la direzione privilegiata verso un percorso non circoscritto all’” International Woman Suffrage Alliance”ma rivolto alla sofferenza delle popolazioni, al drammatico massacro della guerra, al quale solo il rifiuto delle armi può opporsi.

L’associazione internazionale si costituirà a Zurigo al termine delle ostilità, contemporaneamente all’inizio della Conferenza di Parigi, per far sentire la propria voce rispetto alle condizioni della pace, definite “spietate” nei confronti dei popoli usciti sconfitti dal conflitto.

La riaffermazione dei diritti delle donne si intrecciò dunque nella WILPF all’affermazione e all’elaborazione di pratiche di pace, “connaturate” – per usare le parole pronunciate al Congresso di Vienna da Jane Addams, prima presidente della WILPF – “all’essenza stessa dell’umanità”. Una Vienna assediata da una delle inflazioni più terribili che la storia ricordi.

Le considerazioni di Jane Addams e del gruppo di donne femministe e pacifiste contrastavano alcuni luoghi comuni di tutti i tempi: “in contrasto con gli insegnamenti pseudoscientifici e con i milioni di morti della guerra cosi vicina a noi,

noi osiamo affermare che la guerra non è un’attività naturale per l’umanità. Che anzi è abnorme sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista biologico, che larghe masse di uomini debbano combattere contro altre masse….” E ancora, esse si opponevano alla concezione corrente secondo la quale il rapporto naturale delle donne con la pace è legato al loro “essere madri”, per porsi su un piano più preciso di discorso e azione politica.

Qui emerge l’impegno politico dell’associazione, che sorprendentemente prefigura già quella che dovrebbe essere la via di un’Europa unita, fedele ai valori etici, che ne

dovrebbero costituire i fondamenti , e dell’ONU che dovrebbe garantire l’eliminazione di ogni forma di discriminazione .

La richiesta di uguali diritti per le donne veniva a intrecciarsi con quella dell’abolizione di tutte le discriminazioni legate al colore della pelle o alla “razza”.

L’attenzione all’educazione veniva così espressa nello statuto di Zurigo “Noi crediamo che nessun essere umano debba essere privato dell’accesso all’educazione, impedito dal guadagnarsi la vita, escluso rispetto a qualunque attività in cui desideri impegnarsi, o sottoposto a qualsivoglia umiliazione sulla base della razza o del colore”.

Altro grande tema, oggi di grande attualità, riguardava l’azione politica rispetto alle relazioni internazionali:

  1. la valutazione e la presa di posizione su quanto stava avvenendo in Europa, alla luce di quanto affermato nello statuto “ Noi vogliamo una pace costruita sulla soddisfazione dei bisogni di tutti, non sul privilegio di pochi”. Erano parole

dure, che bollavano i “pescecani” mentre restava immerse nella miseria tanta

parte delle popolazioni su cui ricadevano “i danni” della guerra. Erano parole di

solidarietà col popolo dei lavoratori e lavoratrici russi, ma anche di rifiuto

categorico di ogni forma di violenza;

  1. la pressione sui governi per il potenziamento degli organismi internazionali e per la presenza delle donne all’interno di questi ultimi. C’era in nuce la 1325;
  1. l’approfondimento del problema teorico e pratico dei mezzi per affrontare in termini non violenti le controversie internazionali.  C’erano in nuce le riflessioni sulle azioni e sulle teorie della resistenza passiva e della non violenza che si dispiegheranno a partire dal secondo dopoguerra….

Quanto possa accompagnarci ancora oggi questo patrimonio e quanto si dimostri utile in un’Europa che quei dettami non ha seguito, né mostra di volerlo fare,appare più che evidente.  Gli appelli contro le armi convenzionali (e oggi nucleari) sono tra le pagine più accorate prodotte dalla WILPF, e ripetute nei Congressi a cadenza triennale; i movimenti pacifisti a quegli stessi valori si ispirano.

Il traguardo pare sempre più irraggiungibile, ma tanti passi sono stati fatti in una società spesso sorda e ostile, grazie ai principi raccolti e inseriti nella nostra Costituzione, grazie a una presenza vigile di movimenti che si muovono nella dimensione europea sulla traccia di quel percorso aperto dalle nostre madri lungimiranti, che hanno saputo uscire dalla comoda culla provinciale della propria terra.

Il suffragio femminile è oggi divenuto realtà in molti paesi europei e non, ma il traguardo- anche qui- non si può dire raggiunto, tanto che l’Alleanza Internazionale per il voto alle donne, si chiama oggi “International Women’s Alliance for Suffrage and Equal Citizenship”.